La Storia, malgrado ideologie alla deriva l’abbiano piegata e strumentalizzata se non cancellata del tutto, è sempre stata Magistra vitae. Dall’insegnamento della Roma antica la Storia ha permesso di imparare dai propri errori ed è da sempre bagaglio
universale di innumerevoli exempla di ogni genere di virtù.
Grazie alla Storia sappiamo chi siamo, ci riconosciamo in una identità, in un popolo, in una nazione che nel corso dei secoli ha mantenuto il proprio humus, la propria costituzione dei tempi:
basta pensare alla rivalità cittadina della Toscana che affonda le proprie radici nelle dodecapolis Etrusche e che ha avuto il suo apice nel Medioevo con la divisone della penisola in numerosissime realtà comunali.
Su questo Gustave Le Bon ci insegna, in psychologie des foules, che l’identità dei popoli è da secoli la stessa ed è folle trattare
popoli e civiltà diverse come se fossero uguali. Ma ora proviamo a eliminare la Storia dalla nostra vita, proviamo ad immaginarci in un mondo dove la memoria storica non esiste: non sapremmo dove siamo, né chi siamo, né il perché delle cose.
Perché, per esempio, Francia e Germania sono state per secoli in conflitto o perché l’Oriente ha da sempre un’anima più ascetica rispetto a quella razionale dell’Occidente?
Senza Storia non saremmo nessuno; i vivi si battono e muoiono per i loro morti, da sempre per il passato, per la storia. È, infatti, compito dello storico far resuscitare i morti del passato, parlare con loro, e farli parlare grazie alle fonti scritte. Del resto la
Tradizione ci insegna che non sono i vivi ad essere morti, ma i morti ad essere vivi, perché sono stelle nel cielo che indicano la via, principi fermi da cui costruire un futuro sulla base del passato. Senza il passato non ci sarebbe futuro, senza sapere il
perché delle cose che accadono o che sono accadute saremmo automi asserviti al comando.
Proprio per questo oggi la Storia non è raccontata come è stata veramente o non è raccontata del tutto, per renderci senza difese: i Khmer rossi in Cambogia azzerarono la storia, non c’era né famiglia né identità, prima della Rivoluzione il nulla, si faceva riferimento alla Rivoluzione rossa del 1975 come “l’anno zero” ma oggigiorno questi esempi ci paiono come formiche dinnanzi alla montagna della cancellazione culturale che stiamo subendo.
Il compito e il ruolo dello storico si fa impellente, esso si ritrova un fardello sulle spalle che, sebbene sia oggettivamente facile da smentire, si accorge comunque di essere un residuato raziocinante contro un mare di follia animalesca.
Precisiamo cosa fa lo storico: esso non può pretendere il ruolo del profeta, la Storia è incapace di previsioni, spiega il come non il quando: L’Apocalisse dice come finirà il mondo, non quando; dovremmo sempre agire con umiltà nel ricostruire le vite di uomini e donne del passato che hanno realmente pensato, agito e sognato, tuttavia resta il fatto incontestabile che il passato, per quanto, lo storico cerchi di raccontarlo, non è mai lo stesso passato che hanno vissuto gli uomini che ci hanno vissuto.
Da qui si deduce la nostra tenera compassione per il nucleo marxista della storia, che, riprendendo le sole tematiche produttive e commerciali inserite nei più disparati contesti storici,
promulga una storia sempre uguale e da attribuire ad una sola e semplice spiegazione che poi dà ampio spazio alla concezione deterministica della storia, che, basata sulle leggi scientifiche, ripropone anacronisticamente il modello dei rapporti tra struttura e sovrastruttura, applicando medesimi concetti ad epoche diverse.
Dunque, se nell’ambito storico ciò che è semplice è falso, al comunista, o meglio, al marxista, basterebbe un lessico di dieci parole per spiegare la Storia tutta, da Alessandro Magno a Cesare, da Carlo Magno a Napoleone fino ad oggi.
Non a caso nell’Unione Sovietica è noto che una attenta commissione sotto l’egida di Stalin, riadattasse la storia al presente, talvolta storpiando o addirittura cancellando eventi o personaggi in pieno stile 1984. Ebbene, che dire: il movimento Black lives matter non è che abbia inventato nulla di nuovo, la cosiddetta “cancel culture” la si ritrova in Unione Sovietica o semplicemente parlando con uno “storico” marxista, la logica è sempre la stessa ed è molto semplice: gli oppressi devono emanciparsi dagli oppressori.
In termini contemporanei, i neri devono emanciparsi dai bianchi con tutti i monumenti demoliti del caso.
Tornando al nocciolo della questione, lo storico non deve temere la complessità, al contrario, la bellezza della Storia sta proprio nella sua complessità ed è sfida dello storico riuscire a capire e spiegare questa meravigliosa complessità che il corso degli
eventi ci ha assegnato dal passato. Ovviamente, in merito alla complessità della storia, lo storico non deve giustificarsi e nascondersi dal cercare di comprendere e spiegare attraverso un certo ordine, questo sarebbe da uomini deboli e codardi; con
questo lo storico non deve avere paura della complessità del passato, non deve cioè accontentarsi delle spiegazione semplici e unilaterali che gli vengono offerte, ma approfondire i processi articolati quand’anche si manifestino nebulosamente e
talvolta si dimostrino anche contradditori.
A questo bisogna aggiungere che la conoscenza storica ha i suoi limiti anche se ciò, a scanso di ogni soggettivismo, non può e non deve esimerci dall’affermare la Verità, che sebbene a volte ci sfugga, non significa che non ci sia.
Mi permetto di citare un illustre professore universitario di Storia Medievale la cui opera in tale contesto ci fornisce numerose riflessioni sulla Storia che sto cercando di esprimere in questo breve articolo: «riconoscere i limiti delle nostre possibilità di
conoscenza costituisce il fondamento stesso del valore della nostra conoscenza»¹ e ancora: «riconoscere che la conoscenza storica ha dei limiti serve a fondare il valore stesso della conoscenza storica»²
Del resto, saremmo scientisti se considerassimo unica conoscenza valida, seppur anch’essa racchiusa nei suoi limiti, la conoscenza
scientifica. Per questo, essendo la Storia una scienza, non tocca ad essa dare un senso al passato: «non sta alla conoscenza storica come disciplina scientifica dare un senso alla storia, bensì alla filosofia e alla teologia»³
La Storia tende alla verità, ma non può pretendere di esaurirla, tende alla spiegazione, ma non può pretendere di spiegare
tutto (istoria, dal greco è semplicemente un’indagine). Lo storico non è Dio, la storia è il passato nella misura in cui possiamo conoscerlo: se per capire Dante bisogna conoscere le realtà comunali italiane del Medioevo, non sono le lotte tra le stesse a
spiegare Dante, come l’Atene antica non spiega Platone e l’Inghilterra seicentesca non spiega Newton. Al contrario, la tendenza alla sempre più crescente ristrettezza delle specializzazioni nell’ambito, in questo caso, storico, determina il fatto che ad oggi avremo sempre più storici che sanno di tutto e di più ma sul nulla: Il medievista diventa esperto dei comportamenti medievali, poi diventa esperto dello stile di vita
dei villaggi medievali. Insomma, si perde la visione d’insieme e quindi anche il significato delle varie specializzazioni che devono essere iscritte alla visione d’insieme.
I ricercatori di oggi saprebbero riconoscere ogni pelo sulla coda di un cavallo, ma poi non saprebbero riconoscere un cavallo vero e proprio. Per tornare sul rapporto tra Storia e sistemi economici, anche Mussolini si espresse: «La dottrina del materialismo storico secondo il quale la storia delle civiltà si spiegherebbe soltanto con la lotta di interessi fra i diversi gruppi sociali e col cambiamento dei mezzi e degli strumenti di produzione. Che le vicende
dell’economia – scoperte di materie prime, nuovi metodi di lavoro, invenzioni scientifiche – abbiano la loro importanza, nessuno lo nega; ma che esse bastino a spiegare la storia umana escludendone tutti gli altri fattori, è assurdo»⁴
Pertanto, facciamo tesoro di questo aforisma di Nicolàs Gòmez Dàvila: «La verosimiglianza è la tentazione in cui più facilmente cade lo storico dilettante».
Se poi volessimo parlare di come è stata ridotta la materia storica nella scuola italiana ci accorgeremo che siamo ben lungi dal proposito classico della Historia Magistra vitae, proponiamo in proposito due tesi contrapposte che Tangheroni mette a confronto: «Lo studio del passato è finalizzato alla comprensione del presente»⁵ e «La conoscenza del passato è indispensabile alla comprensione del presente»⁶
E’ facile capire quale sia quella prediletta oggigiorno, da qui la totale deriva dell’istruzione storica dal 1997 con “La nuova scuola” di Luigi Berlinguer, sulla quale Lucio Russo sentenzia:
«La tendenza a privilegiare la storia recente, ritenendo che l’unica scala temporale che veramente ci interessi sia quella di breve periodo, è effetto e causa di profonda ignoranza (…) La riduzione della storia a storia del presente tende, in particolare, a sovrapporla all’educazione civica»⁷
La vittoria di un marxismo culturale ha fatto si che lo storico diventasse un giudice e mancasse il suo mestiere di storico. Il passato non viene più studiato in quanto tale, ma deve avere un riscontro utilitaristico sul presente, che è diretta espressione del
lavoro giudiziario degli storici che hanno messo al bando gli “errori storici” (l’assimilazione storico-giudiziaria è, penso, al meglio rappresentata dalla demonizzazione dei fenomeni storici del secolo scorso di fascismo e nazionalsocialismo con tutti i processi che ne hanno conseguito) per presentare il presente come la perfetta emancipazione del progresso, che è tale per avere esautorato un passato.
Infatti, la ricerca del solo passato come continuità del presente
rischia di deformare lo stesso passato che viene studiato, privandolo della complessità e della ricchezza fattuale del suo contesto, oltre che non permetterci veramente di comprendere lo stesso presente. Quindi, lo storico, per comprendere il passato, deve porvici, non giudicare dall’alto: bisogna considerare che per i protagonisti del passato, lo stesso era presente, quell’incomprensibile e confuso presente in divenire
che oggi circonda noi.
Perciò, lo storico può e deve fare con il passato quello che non
è possibile fare con il presente: ordinare, spiegare, far suo, capirlo con uno sguardo razionale che non è possibile usare nel presente. Mentre riguardo al problema della distanza insormontabile che ci separa dal passato, scrive Gadamer: «La distanza temporale non è qualcosa che debba essere superata. (…) In realtà si tratta di riconoscere nella distanza temporale una positiva e produttiva possibilità del comprendere. Questa distanza non è un abisso spalancato davanti a noi, ma è riempito dalla continuità della trasmissione della tradizione, nella cui luce ci mostra tutto ciò che è oggetto di comunicazione storica»⁸
Ebbene il passato deve essere «abbastanza morto da poter essere oggetto di un interesse soltanto storico»⁹.
Perciò: «E’ la considerazione della distanza temporale e delle discontinuità che permette di capire la letteratura medievale ed anche di renderla fonte di piacere estetico».
Dunque è utile la storia per capire il passato e il presente? Certamente, ma non nel senso utilitarista o nella passione politica, piuttosto se ne dovrebbero individuare i limiti e riconoscere, come già detto, la distanza temporale che ci separa dal passato.
La posizione del politicamente corretto secondo cui non insegnare una storia diversa sarebbe una violenza nei confronti di eventuali studenti stranieri non ha senso, poiché se si ha uno studente cinese bisognerebbe insegnare la storia della Cina, se è albanese
quella dell’Albania e da qui possiamo dedurre che l’insegnamento verso una prospettiva eurocentrica della storia è perentoria e necessaria in quanto europei.
Diciamolo, una prospettiva africano-centrica o americano-centrica sarebbe impossibile anche per gli stessi americani o africani, poiché l’Africa e le Americhe hanno assunto un significato con cognizione di causa dal momento che hanno interessato gli europei. Del resto l’insegnamento della storia deve muoversi verso tre criteri: identità regionale, nazionale e europea; è impossibile non avere una prospettiva eurocentrica per noi europei che, e la storia ce lo insegna, siamo portatori della Civiltà in quanto universale ed eterna: l’uomo europeo è l’unico ad aver
conquistato il mondo pur rimanendo se stesso, capace di produrre concetti razionali e spirituali, si è posto dei limiti per poi superarli, ha superato prove e battaglie senza paura che avrebbero potuto portare alla catastrofe ma nell’affrontare queste sfide è sempre stato convinto della vittoria finale, perché se il futuro è nelle radici, non si può cancellare l’eterno che ci appartiene, difficilmente si cambiano i popoli proprio perché questi popoli dipendo dai loro morti, dalla loro storia, dalla loro Tradizione
perenne.
Il nostro augurio di tornare ad essere ciò che siamo stati per secoli: un popolo di santi, poeti, eroi e navigatori, il sangue di migliaia dei nostri antenati scorre nelle nostre vene grazie al loro sacrificio.
____NOTE_____
1. Marco Tangheroni, Della storia, Sugarco edizioni 2008, p. 43 cap. 1.
2. Ibidem.
3. Ivi, p. 84 cap. 5.
4. Benito Mussolini, Le idee fondamentali e La dottrina politica e sociale.
5. Marco Tangheroni, Della storia, Sugarco edizioni 2008, p. 113 cap. 8.
6. Ibidem.
7. L. Russo, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola?, Feltrinelli, Milano 2000.
8. H. G. Gadamer, Verità e metodo, a cura e con traduzione di G. Vattimo, Fratelli Fabbri Editori, Milano 1972, p.347-349.
9. Ibidem.




