Con il temine “misticismo fascista” si intende comunemente una corrente intransigente e radicale del Regime fascista che si incarnò nella vita, nel pensiero e nelle azioni di Niccolò Giani.

Però chi crede che la Scuola di Mistica Fascista fosse formata da un covo di fanatici esaltati del Fascismo dovrebbe ricredersi, perché Tomas Carini dimostra, con il libro che ha dedicato a questo argomento e a questo personaggio, che essa fu un’altra cosa rispetto a quello che si potrebbe pensare.

Dal 1940 la sua sede fu quella del Popolo d’Italia a Milano, il cosiddetto “Covo” di via Paolo da Cannobio, 35.

Secondo Giani, la Scuola di Mistica Fascista “Sandro Italico Mussolini” aveva come scopo

«Compito nostro deve essere soltanto quello di coordinare, interpretare ed elaborare il pensiero del Duce. Ecco perché è sorta una Scuola di mistica fascista ed ecco il suo dovere: elaborare e precisare i nuovi valori del Fascismo che sono nell’opera del Duce.»

Gli esponenti della Scuola di Mistica Fascista furono autenticamente rivoluzionari, anche se la Rivoluzione che credettero di attuare era forse più un sogno che una realtà che si è sarebbe concretizzata dal punto di vista pratico, che avrebbe premiato i più arditi e i più ardenti nella loro fede politica. Un Fascismo dunque più ascetico ed elitario, quasi templare, antiborghese.

Come tutti dovrebbero sapere, il Fascismo fu una sintesi di teoria e prassi, di pensiero che si fa immanentemente azione e che cambiò definitivamente il corso della Storia del XX secolo e dei secoli a venire.

Questo “movimento” di persone che si coagulò attorno alla Scuola di Mistica Fascista, attiva tra il 1930 e il 1943, aveva come scopo di rettificare il pensiero fascista attraverso il contributo di numerosi intellettuali dell’epoca che vi presero parte. 

Niccolò Giani (1909 – 1941) con il contributo di Arnaldo Mussolini, fondò la Scuola di Mistica Fascista a Milano, all’interno della sezione universitaria del fascismo milanese. Era una sorta di think thank ante litteram, un laboratorio di pensiero e discussioni filosofiche, anche contrastanti tra di loro. Venne ideata e realizzata la rivista «Dottrina Fascista» sulla quale, nel 1940, venne presentato il Decalogo dell’Uomo Nuovo.

Questo progetto in realtà era poco connesso con la politica sociale del fascismo, ma in occasione del decennale della fondazione, i mistici fascisti uscirono allo scoperto aggregando un grande numero di intellettuali e studiosi, anche non organici all’ortodossia fascista: Julius Evola, Vito Mussolini, Fernando Mezzasoma, Berto Ricci, Nino Tripodi, Ruggero Zangrandi, Armando Carlini e altri.

Ripercorrendo la storia della Scuola di Mistica Fascista e le sue radici filosofiche, i contribuiti di Papini ed Evola e le conseguenze sul pensiero politico, emergono le vicende personali del fondatore e poi direttore della S.M.F., Niccolò Giani nato a Muggia il provincia Trieste il 20 giugno 1909, tenete degli Alpini e Medaglia d’Oro al Valor Militare che, in nome dei suoi ideale cadde eroicamente sul fronte greco-albanese il 14 marzo 1941. Giani fu anche giornalista e direttore de “La Cronaca Prealpina” di Varese, e nella Biblioteca Civica del capoluogo varesino è custodito il fondo “Niccolò Giani”.

Una delle tematiche che Giani e i suoi sodali portarono avanti fu il concetto di mors triumphalis della “bella morte”, intesa come morte in combattimento con le armi in pugno, davanti al nemico tanto per citare uno dei primi libri sui combattenti della Repubblica Sociale Italiana scritto da Carlo Mazzantini.

I due intellettuali menzionati in precedenza, Evola e Papini, ebbero un’influenza notevole sulla formazione dei “mistici”. Il pensatore romano, noto artista dell’avanguardia dadaista, filosofo e teorico dell’Individo Assoluto, esoterista e pensatore della Tradizione auspicava una ritorno del Fascismo alla sacra “Tradizione di Roma”, dell’imperium, dei valori gerarchici, virili, ascetici, solari ed aristocratici propri della spiritualità romana e pagana. Nel volume Imperialismo Pagano pubblicato a metà del 1928, a ridosso dei Patti Lateranesi, Evola si lanciò in una forte polemica anticristiana che gli attirò numerose critiche da parte degli ambienti clericali.

 Per ragioni di complessità, il pensiero evoliano è impossibile da spiegare in poco spazio, ma per usare la fortunata “formula” di Marcello Veneziani, esso può definirsi “Rivoluzionario Conservatore”. Se Evola viene spesso definito un “reazionario” dal punto di vista sociale, in quanto critico di ogni slittamento in senso socialisteggiante del Fascismo della RSI, allo stesso tempo può essere considerato un rivoluzionario dal lato spirituale, perché tutta la sua attività intellettuale deve essere considerata una “rivolta contro il mondo moderno” presa dal titolo della sua opera più importante uscita nel 1934. 

Se per “mondo moderno” si intende quello del più becero materialismo che può essere visto sotto due aspetti: il primo quello atomistico e individualistico tipico del pensiero liberale, borghese, democratico e capitalistico, l’altro è il marxismo e il bolscevismo che, tramite la lotta di classe si proponeva la liberazione dallo sfruttamento dal giogo capitalistico. Evola, in realtà, concepiva marxismo e capitalismo come due facce della stessa medaglia materialistica, dove l’uomo viene visto solo come un produttore e un consumatore, l’homo oeconomicus privo di ogni dimensione eroica e spirituale, tanto amata da Giani e dai mistici. Evola quindi anticipa, per certi versi, di oltre trent’anni, le riflessioni di Herbert Marcuse dell’Uomo a una dimensione, uno dei capostipiti della neomarxista Scuola di Francoforte, che fu una fucina di intellettuali che diedero vita alla contestazione globale del Sessantotto.

E’ anche piuttosto nota la definizione che ne diede Giorgio Almirante: «Evola è il nostro Marcuse, ma più bravo». 

L’Individuo Assoluto della fase filosofica di Evola, negli anni Venti, è influenzato dal pensiero di Nietzsche e dell’Übermensch, di Otto Weininger e di Carlo Michelstaedter. Egli fu anche il teorico del razzismo “spirituale” – partendo dalla tripartizione dell’uomo in corpo, anima e spirito -, che gli costano, ancora oggi, la damnatio memoriae da parte della cultura ufficiale di stampo woke, progressista, “liberal” e antifascista. 

Giovanni Papini invece partiva da posizioni atee, anticlericali e anarchiche dovuta anche alla lettura di Nietzsche e Max Stirner per poi sviluppare una sorta di “ritorno all’ordine” con un pensiero e una conversione al cattolicesimo e al francescanesimo successivamente una adesione al fascismo nel 1935. Come è noto fu animatore delle riviste culturali «Lacerba», «Leonardo» e «La Voce», tra le più importanti di tutto il Novecento insieme al suo collaboratore Giuseppe Prezzolini.

La posizione di Giani sulle Leggi razziali emanate dal Regime nel 1938 è di convinto sostegno alla legislazione antiebraica, in quanto fu l’antisemitismo l’unico modo per opporsi alla decadenza rappresentato dai virus della: democrazia, del socialismo e del comunismo, del liberalismo ideologie che hanno, secondo Giani, la loro radice nell’ebraismo internazionale, e nel 1932, egli scrive: «Liberalismo, democrazia, socialismo e comunismo sono le quattro mistiche oggi dominanti nella società moderna. Il bilancio – lo abbiamo già visto – è per tutte negativo. Il liberalismo porta all’anarchia, la democrazia all’instabilità politica e sociale, alla lotta civile il socialismo, alla vita primitiva il comunismo. Queste quattro mistiche sono pertanto antistoriche.»

Per tirare le somme dell’esperienza dei mistici fascisti, essi rappresentarono l’essenza più pura, idealistica, genuina e autenticamente rivoluzionaria dello “spirito” del Fascismo e della sua azione pedagogica di costruire l “uomo nuovo”, cioè l’uomo forgiato dal combattimento, dall’eroismo guerriero e dai valori militari, dal dono di sé fino all’estremo sacrificio della propria vita per la Causa e l’ Idea,  dal senso del dovere che il Fascismo, attraverso la sua azione politica, culturale, economica, sociale e propagandistica ha cercato di attuare nel Ventennio mussoliniano, tramite la realizzazione dello Stato corporativo. Durante questi anni il Duce, definito da Pio XI l’uomo della Provvidenza”, sostenne una nuova religione civile, per certi versi anche in contrasto con la fede cattolica, una religione della Patria, con il culto dei suoi caduti e dei suoi eroi, per la libertà della Nazione, e il sogno realizzatosi anche se non completamente, della Terza Via tra capitalismo e marxismo.