Volto e genesi della “British-Israel World Federation”
Di Julius Evola apparso originariamente su “La vita italiana” e oggi reperibile nella raccolta delle Edizioni di Ar dal titolo “Gli scritti de La Vita italiana”.
Più di una volta, su queste pagine, è stato fatto cenno alla cosiddetta British-Israel World Federation, potente organizzazione che comprende oggi milioni di soci e si estende su tutti i domini dell’Impero Britannico e degli Stati Uniti. Vale tuttavia occuparsi più da presso di essa, sulla base del vasto materiale raccolto e organizzato da un’ottima, recentissima monografia di Günther Schlichting uscita nell’ultimo volume delle Forschungen zur Judenfrage a cura del Reichsinstitut für Geschichte del neuen Deutschlands del prof. W. Frank (da p.42 a p.103 del vol. 6, edito dalla Hanseatische Verlags-Anstalt).
L’argomento, infatti, è particolarmente interessante perché, se di là dai vari, mutevoli e quasi sempre ipocriti motivi in nome dei quali oggi l’Inghilterra cerca giustificare la sua guerra si volesse cercare l’ultimo, reale significato di questa guerra stessa in relazione ad una specie di fede religiosa, bisognerebbe appunto rifarsi al movimento già accennato, designabile senz’altro col termine di angloisraelismo.
Ci rifaremo dunque essenzialmente alla ricerca dello Schlichting, ricerca approfondita e ricchissimamente documentata, aggiungendo, da parte nostra, solo qualche considerazione generale.
L’angloisraelismo ha per base l’antica tradizione, secondo la quale alla morte di Salomone il Regno di David avrebbe dato luogo, per scissione, a due Stati, settentrionale l’uno e meridionale l’altro.
Lo stato meridionale, costituito dalle tribù di Giuda e di Beniamino, sussistette per ancora un secolo e dopo il periodo della cattività babilonica si continuò nel popolo ebraico propriamente detto, in quello, che ancor oggi ha un tale nome nel mondo.
Invece lo stato settentrionale, al quale appartenevano le dieci restanti tribù delle dodici che originariamente costituivano il popolo ebraico è, per così dire, scomparso dalla storia. Nel 538 a. Cr., in seguito ad un editto di Ciro, gli Ebrei ebbero il permesso di tornare nella loro antica patria: nel riguardo, i testi biblici parlano però soltanto delle tribù di Giuda e di Beniamino, tacendo delle altre dieci tribù.
Il nome di Israele, che prima era quello dello stato settentrionale, finì con l’esser trasportato al popolo dello stato meridionale, cioè al popolo propriamente giudaico. Tuttavia il ricordo delle altre tribù restò vivono nella tradizione ebraica. I Profeti annunciarono spesso il ritorno di quest’altra parte del del popolo eletto (cfr. p. e. Isaia, XI, 11; XXVII, 13; Ezechiele, XXXVII, 15-28), sì che già in quel tempo la riconnessione dei due antichi Stati, di quello di Israele e di quello di Giuda, sotto un Re-Messia costituì un tema fondamentale delle speranze messianiche ebraiche.
Dove andarono a finire le dieci tribù dello Stato ebraico settentrionale? Il mistero che le copre andò a determinare durante i secoli ogni specie di congetture. Alcuni vogliono che si fossero recate in Etiopia, altri in India, altri presso il Mar Caspio, e via dicendo. Si determinarono anche, nel riguardo, interferenze con leggende varie, ad esempio con quelle relative al Prete Gianni, ad Alessandro, al popolo di Gog e Magog. Vi è perfino chi, più tardi, suppose che le dieci tribù fossero andare a finire nell’America precolombiana.
Il problema doveva tuttavia acquistar particolare significato religioso e politico solo con l’avvento e lo sviluppo del puritanesimo anglosassone, verso il XVII secolo. Al puritanesimo fu propria la ripresa degli antichi testi biblici e la tendenza a ravvicinare la nazione e la storia degli inglesi alla nazione e alla storia degli Ebrei. Ripresa cioè l’idea di un popolo eletto, destinato a preparare un Regno di Dio sulla terra e fatto, per questo, invincibile e sovrano per volontà celeste, si andò sempre più a fortificare la fede, che un tale popolo fosse proprio quello britannico.
Il puritanismo dette dunque luogo ad una specie di messianismo britannico, per il quale il ricordo delle vittorie stupefacenti di Cromwell, della fine della Grande Armada e di altri episodi della storia inglese sembrava già essere quello di segni dal chiaro significato.
Il Commonwealth britannico, l’insieme dei domini conquistati dall’Inghilterra spesso con i mezzi più obliqui dovevano così assumer quasi un significato mistico, quello di una specie di base pel regno terrestre di Dio della Promessa.
A volerla fondare biblicamente, sussisteva tuttavia, per questa teoria puritana, una difficoltà fondamentale, cioè il fatto che Dio aveva promesso il Regno, propriamente, al popolo ebraico. È dall’esigenza di superare questa difficoltà e quindi di legittimare compiutamente l’imperium inglese come effetto di elezione e di volontà divina che sorge l’angloisraelismo.
La soluzione viene senz’altro trovata attraverso l’affermazione della discendenza del popolo britannico dal popolo ebraico e l’utilizzazione ad usum delphini dell’enigma relativo alle dieci tribù del regno settentrionale d’Israele scomparse dalla storia. Queste dieci tribù altro non sarebbero che gli anglosassoni. Discendenti, dunque, della parte principale del popolo ebraico, gli Inglesi potrebbero rivendicar senz’altro per sé stessi la dignità di popolo eletto da Dio per un legittimo dominio di tutte le terre.
In varie leggende medievali, le radici delle quali sono antichissime, si parla di una pietra, detta pietra dei re o del destino, che come un oracolo nei tempi primi avrebbe designati i sovrani legittimi.
Si tratta, qui, di un motivo che ricorre nelle tradizioni di molti popoli, figurando nella stessa leggenda del Graal secondo la redazione di Wolfram von Eschenbach. Una tale pietra figura anche in Inghilterra. Nel 1296 fu portata a Westminster, ove essa tuttora si trova.
Essa ebbe una parte importante nella teoria del diritto divino dei sovrani inglesi. Per il fatto, che nel Medioevo l’idea della sovranità sacrale spesso arruolò imagini di re biblici, come David o Salomone, nel XVI e nel XVII secolo abbiamo dei Tudor e degli Stuart che affermano orgogliosamente di discendere dagli antichissimi re irlandesi, non solo, ma, attraverso di essi, dai re sacerdotali ebraici, trasformando dunque dei puri simboli in rapporti genealogici reali.
Ma, fra le tante una tradizione, vuole che la pietra regale di Westminster fosse stata portata da Gerusalemme e fosse quella su cui dormì Giacobbe. Donde un nuovo titolo di legittimazione dell’angloisraelismo: nei sovrani inglesi si continuerebbe la stirpe imperitura dei re ebraici, destinati a dominare su tutto il mondo nell’epoca messianica.
Il primo angloisraelita è stato un certo Richard Brothers (1757-1824), un esaltato di origine canadese che si diceva «nipote dell’Onnipotente» e che nel 1822 fece uscire a Londra un’opera dal titolo: A correct Account of the Invasion and Conquest of this Island by the Saxon, necessary to be known by the English nation, the descendents of the greater Part of the Ten Tribes nella quale vien già chiaramente formulata la tesi della diretta discendenza degli Anglosassoni conquistatori delle isole britanniche dalle dieci tribù perdute d’Israele.
Nel corso del XIX secolo le idee di questo fanatico andarono sempre più diffondendosi nelle classi più alte della società inglese, nella corte, nell’esercito e nella Chiesa protestante. Questa fantasia di una mente squilibrata a poco a poco seppe trovare i suoi teorici e i suoi apologeti, assunse un volto preciso, si affermò con crescente energia.
Essa, in realtà, andava direttamente incontro all’orgoglio britannico, forniva un mito ed un alibi religioso al cinico imperialismo inglese, sanzionava una feconda alleanza fra la coscienza religiosa puritanizzata e la più cruda prassi politica.
Che per tal via si contaminasse ogni orgoglio di razza e si operasse un tradimento di fronte alle effettive origini nordico-arie dei conquistatori della Irlanda e della Britannia preistorica, facendo dell’Inglese un fratello dell’Ebreo, ciò non ebbe tanto peso rispetto alla preoccupazione di santificare biblicamente l’imperialismo di John Bull.
Del resto, erano aperte le vie per rivendicare eventualmente, su altra base, una priorità. Dei teorici angloisraeliti si dettero infatti a dimostrare che davvero Ebrei son solo gli Inglesi, che solo essi possono chiamarsi legittimamente Israeliti, gli altri essendo semplici giudei.
Ciò non impediva però che con simili idee fosse data la base per una vasta comunità di intenti e di interessi fra l’elemento anglosassone e quello propriamente ebraico.
La silenziosa, ma sistematica infiltrazione dell’elemento ebraico nel sangue e nel mondo finanziario e aristocratico inglese doveva compiere il resto.
Dal punto di vista teorico i rappresentanti di questo movimento con una diligenza da api si sono dati alla ricerca di tutti i passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, nei quali si parla propriamente di Israele.
E poiché Israeliti sarebbero solo gli Inglesi, discendenti dello Stato settentrionale d’Israele, mentre gli Ebrei propriamente detti sarebbero solo i discendenti dei Giudei (delle due tribù di Giuda e Beniamino), così i detti teorici svolgono una esegesi per dimostrare che tutti quei passi delle Sacre Scritture altro non riguardano che il popolo anglosassone, la sua missione, il suo destino.
Abbiamo, su tale base, un doppio procedimento probativo, l’uno a priori e l’altro a posteriori. Quello a priori consiste appunto nell’argomento genealogico, cioè nella derivazione propriamente razziale degli Inglesi da Israele e della monarchia inglese dalla stirpe regale di David e Salomone.
Recentemente, non ci si è peritati di arruolare la storia, l’etnologia, e perfino l’antropologia a sostegno della tesi, riferendosi perfino a razzisti, come l’americano Madison Grant e il tedesco Günther. Ad esempio, si è cercato di far corrispondere le dieci tribù ai Bît-Humri, cioè ai Kumri, questi al popolo dei kimmeroioi o Cimmeri e di individuare un itinerario che dall’Assiria va fino alla Crimea e da là prosegue verso le regioni nordiche.
Per il Gay gli stessi Goti sarebbero stati discendenti diretti delle tribù d’Israele. Denominazioni, con radici da, dan o dn, che si trovano in parole come Dacia, Danubio, Dniepr, Dniester, Don, Donez e perfino Danzica sarebbero tracce del passaggio della tribù di Dan, una delle dieci tribù disperse.
Il Parker e il Kasken ritengono perfino che già nelle loro sedi palestinesi le dieci tribù fossero state di razza nordica, richiamandosi al carattere nordico riconosciuto da vari razzisti al popolo antico degli Amoriti. E poiché anche gli Inglesi sono per quegli autori eminentemente di razza nordica, si avrebbe qui una nuova prova della sostenuta identificazione.
Il problema del rapporto di razza originariamente esistente fra le dodici tribù complessive del popolo ebraico, dato che i discendenti delle due tribù di Giuda e di Beniamino razzialmente han così poco a che fare con i tipi nordici, da tali autori viene però senz’altro trascurato.
Anche alla storia dei costumi altri si riferiscono: il Wilson si è dato p. es. a dimostrare la concordanza dei costumi e delle usanze degli Israeliti dell’Antico Testamento con quelli dei Goti, degli Angli, dei Sassoni e degli attuali Britannici, p. es. nel riguardo del particolare significato attribuito alla donna.
Anche la costituzione politica e militare di tali popoli, fino al Parlamento Inglese, avrebbe per modello la legge mosaica. Né l’etimologia è stata risparmiata. In un opuscolo, si è giunti a spiegare la parola «britannico» da una parola ebraica, che vuol dire «federato» e il nome di Sassoni da Isaac-sons, figli di Isacco!
Ed ora alla prova a posteriori. Questa si realizza per mezzo delle Scritture. Vengono cioè, prima di tutto, scelti tutti i passi biblici e neotestamentari relativi ad Israele come popolo eletto, e si ragiona così: poiché Dio nell’Antico Testamento ha promesso ad «Israele» il dominio del mondo, la ricchezza, l’invincibilità e un figlio di David che si mantenga nelle generazioni sul suo trono, egli deve aver certamente adempiuto tale promessa.
Qualora non l’avesse adempiuta, l’intera Bibbia perderebbe il suo significato, cosa che, da credenti, viene esclusa. Dunque, Dio deve aver realizzata la sua promessa.
Il problema allora è solo di scoprire o individuare il popolo, nel quale essa nei tempi attuali si è realizzata. Ecco dunque che, sempre dalle Scritture, si trae una serie di attributi d’Israele come segni di riconoscimento e si va a dimostrare che essi, pertanto, oggi calzano per l’Inghilterra più che per qualsiasi altro popolo.
Con il che l’identità di Israele con l’Inghilterra – the Israel-Britain’s Identity – resterebbe dimostrata anche a posteriori. Ecco alcuni di tali contrassegni o segni di riconoscimento: il dominio dei mari (secondo Mosè, IV libro, XXIV, 7), che l’Inghilterra possiede; il possesso di tutte le ricchezze, promesse ad Israele, e la qualità di Israele come popolo che «presterà a molte genti senza prender in prestito da nessuno» – cosa che nuovamente calza per la Gran Bretagna, additivamente per gli Stati Uniti ai quali gli Angloisraeliti fanno l’onore di riconoscere una uguale discendenza; poi il «dominio su molti altri popoli»; il possesso delle «porte» dei propri nemici (e qui ci si riferisce a Gibilterra, a Suez, Malta, Cipro e altre basi inglesi, a Panama dagli americani, ecc.); l’espansione coloniale e infine l’invincibilità e l’incontrastata supremazia su ogni altro popolo.
Da tutti questi segni si riconoscerà il popolo d’elezione, «Israele», secondo l’autorità indefettibile della Bibbia; ma questi – si sostiene – sono i segni dell’Inghilterra; quindi l’Inghilterra è la vera Israele. Bisogna che se ne renda pienamente cosciente epperò volga decisamente a realizzare la sua missione divina fino alla fine. Dopo quella dello squilibrato Brothers, le opere di Edward Hine (Identification of the British Nation with Lost Israel, London, 1971; Forty-seven Identification of the British Nation with the Lost Ten Tribes of Israel, London, 1872) che sembrava fossero diffuse in 46 mila copie, contennero i capisaldi del movimento. Nel giugno 1872 aveva avuto luogo la prima conferenza angloisraelita, a Londra, inaugurata dal secondo vescovo di Gerusalemme, Samuel Gobat, successore dell’ebreo Alexander. Subito si formò una serie di organizzazioni, la principale di esse nel 1878, con nome Metropolitan Anglo-Israel Association, avendo per presidente il Visconte di Folkstone, tesoriere reale, poi il vescovo Titcomb.
Alla morte di questi (1887) vi erano già filiali dell’associazione in ben quarantun città inglesi. Altri due si intitolarono Anglo-Israel Identity Society e Scottish Israel Identification Association, fino a che il movimento fu unificato.
A partir dal 1902 esso si chiamò The Imperial British-Israel Association e, infine, dal 1919, British-Israel World Federation, cioè federazione mondiale anglo-israelita.
Questa associazione ha delle cellule diffuse in tutti i paesi di lingua anglosassone, si pone, in una certa misura, come una associazione superconfessionale (accoglie membri delle varie confessioni religiose e altresì ebrei professi) e come tale è una fra le più numerose e potenti del mondo. La sua organizzazione è perfetta.
Essa ha un concilio generale (General Council) con a lato concili minori con fiduciari, i quali a loro volta dispongono, per la realizzazione dei loro scopi, di incaricati speciali (commissioners), di oratori propagandistici e di giornalisti. La Gran Bretagna e l’Irlanda sono divise in dodici distretti, in ognuno dei quali un commissioner dirige la propaganda.
Per gli studi scientifici, religiosi e politici fu già creato un Istituto angloisraelita nei pressi di Birmingham.
Naturalmente, l’organizzazione si espande nei Dominions ed è fortemente rappresentata nell’America del Nord. Lo scopo della propaganda è di arruolare sempre nuovi aderenti e influenzare in modo sistematico l’opinione pubblica dei vari paesi. Ogni anno ha luogo un congresso mondiale dell’Associazione, che nel 1927, a Londra, contò ben ventimila convenuti da ogni parte del mondo, durò una intera settimana, intervenendovi personalità influenti della Chiesa Anglicana e della stessa Casa Reale.
La parola d’ordine di questo congresso, replica visibile alla nota formula hitleriana Deutschland erwache! fu, in tale congresso, «Britannia sta in guardia!» (Britain beware!). Nei Dominions – p. es. nell’Australia e nel Canada – ogni domenica han luogo speciali trasmissioni radio angloisraelitiche.
Naturalmente, il movimento pubblica varie riviste. Le principali sono The national Message, Britain’s Inheritance, Israel’s Identity Standard, The British-Israel Harald, ecc. A ciò si aggiunga un’azione pel tramite della grande stampa quotidiana.
Ad esempio, il movimento ha l’abitudine di comprarsi settimanalmente una intera pagina pubblicitaria del Times o del Morning Post per utilizzarla ai propri fini con speciali commentari ai fatti del giorno.
Si hanno infine libri, opuscoli, manifesti, fogli volanti d’ogni genere, sempre a forte tiratura. Milioni di questi manifesti ed opuscoli furono spediti e distribuiti negli ultimi anni in tutte le regioni dei paesi di lingua anglosassone.
Verso il 1900 il numero indicato degli aderenti al movimento era di due milioni che ormai deve essersi moltiplicato. Si ha cura di mettere in prima fila una serie di personalità della aristocrazia, dell’esercito e delle varie Chiese.
La lista d’onore dei patroni della «fede angloisraelitica» (sic.: of the British-Israel Truth) che han sostenuto il movimento nel mondo politico, come oratori, nella stampa o in privato, comprende 550 nomi (alcuni, fra le migliaia – some of the thousands) con 36 membri della Casa Reale e della nobiltà, 139 religiosi con sei vescovi e un arcivescovo, 90 ufficiali superiori con quindici generali e sei ammiragli, 32 intellettuali, fra i quali sei professori universitari.
Nel movimento, la tendenzialità di una vera e propria religione nazionale imperialista ha preso sempre più il sopravvento su qualsiasi altra. Per cui la parola d’ordine è: «Prima il Regno, e poi la Chiesa. Prima la Corona, e poi la Croce».
Abbiamo cioè una mistica sui generis che, per quanto riprenda motivi cristiani, ha per suo supremo punto di riferimento l’Imperium britannico, sì che, in fondo, in essa ogni particolare confessione religiosa ha così poco peso, quanto nella religione imperiale dell’antica Roma.
Il vero nucleo centrale di questa nuova fede è da un lato la tradizione messianica ebraica e dall’altro il mito della Britannia come nazione eletta e predestinata realizzatrice delle profezie di questa stessa tradizione. Dato che secondo le ideologie in parola gli Inglesi sarebbero Israeliti formando una nazione sorella di quella ebraica, al movimento è propria già a priori una attitudine filosemita in sede politica e religiosa, attitudine che infatti si è andata sempre più rafforzando.
Già i pionieri del movimento ebbero strette relazioni personali con Ebrei. Le difficoltà d’indole confessionale mosse da alcuni ambienti anglicani sono state opportunamente girate, p. es. col riesumare dei testi, secondo i quali la conversione degli Ebrei sarebbe d’obbligo solo alla fine dei tempi.
Vi è di più: come si è accennato, nei testi biblici (soprattutto in Ezechiele, XXXVII, 15-28) un motivo centrale dell’epoca messianica è quello del riunirsi di Israele con Giuda, il che in linguaggio angloisraelita vuol dire degli Inglesi con gli Ebrei: e poiché gli Angloisraeliti pensano di esser gli anticipatori dell’epoca messianica, è evidente che fin d’ora concepiscano naturale ed anzi voluta da Dio una comunità angloebraica di interessi e di azione.
Per smussare le antitesi, riprendendo le tesi dell’ebreo Disraeli, si va del resto sempre a sottolineare ciò che il cristianesimo ha di ebraico e di inconcepibile senza l’Ebraismo – Disraeli in Sibyl aveva scritto: «il cristianesimo o è un ebraismo completato, ovvero non è nulla; il cristianesimo senza il giudaismo è inconcepibile, così come l’ebraismo senza il cristianesimo è incompleto».
Come azione politica, gli Angloisraeliti già al tempo di Napoleone si dettero a giustificare misticamente le lotte dell’Inghilterra. Uno dei pionieri del movimento, Ralph Wedgwood nel 1814 stigmatizzò Napoleone, la Francia e Roma come nemiche dell’Inghilterra, nazione eletta da Dio, invocando l’aiuto della Russia.
La politica imperialista di Giuseppe Chamberlain fu energicamente sostenuta dagli Angloisraeliti. In occasione della proclamazione, voluta dall’ebreo Disraeli, della regina Vittoria quale imperatrice delle Indie, si andò perfino a scoprire la discendenza degli Indù da Abramo e quindi la parentela di essi con gli Inglesi; in pari tempo si ricostruiva per la dinastia regnante un albero genealogico riportante fino a David.
Anche nella festa d’incoronazione del 9 marzo 1937 il rabbino Herz, nella Grande Sinagoga di Londra, si richiamò alla presunta origine ebraica della pietra di Westminster, di cui si è già detto, e che vale come un alto simbolo del legittimismo angloisraelita.
Già nella guerra mondiale 1914-1918 la Germania valse agli Angloisraeliti come una potenza satanica, che l’Inghilterra deve trascinare dinanzi al giudizio divino. Analoghi sentimenti furono poi dimostrati verso l’Italia; gli Angloisraeliti si associarono alla campagna umanitaristica contro il nostro paese, aggressore dell’Abissinia, mentre essi si eran già dimostrati maestri nello spigolare tutti i testi biblici che legittimavano il dominio dell’Inghilterra-Israele su ogni specie di popoli «aborigeni» (p. es. è stato predetto che «Israele dovrà respingere le razze primitive fino ai limiti estremi dei paesi, che esse già intesero esser loro proprietà»).
Inutile dire, poi, che gli Angloisraeliti ti fomentano oggi l’odio più spietato contro i paesi dell’Asse e con ogni mezzo cercano di dare all’attuale guerra dell’Inghilterra il carattere di una vera e propria guerra santa o crociata che dir si voglia. Milioni di fogli volanti e di opuscoli sono diffusi a questo scopo: vi si aggiungono i cosidetti B. I. Commentaries, vale a dire i commenti sugli avvenimenti politici dell’intera pagina del Times che a tale scopo, come si è detto, il movimento acquista.
Questa propaganda esercita una forte pressione sugli stessi Stati Uniti, ove, naturalmente, forze ebraiche e puritane l’appoggiano: il popolo eletto, l’Israele della Promessa è la «razza anglosassone» in genere, quindi è logico che l’America dovrà essere a lato dell’Inghilterra in questa lotta contro le «potenze sataniche e anticristiane».
Il motivo, a cui sempre si dà risalto nel movimento, è che l’Inghilterra ha in proprio la missione e il diritto di una direzione morale del mondo. Che ad essa appartengono anche le ricchezze e che quindi i paesi anglosassoni, oltre che le terre dei nobili paladini dei principii di giustizia, libertà e umanità, siano anche i paesi dell’egemonia finanziaria e plutocratica, ciò è un dettaglio senz’altro contemplato nell’ideale ebraico-protestantico del Regnum.
Là dove occorra, questo primato dell’Inghilterra va sostenuto con le armi, ed è su tale base che il movimento conta numerosi aderenti negli ambienti militari. Se si trovano delle nazioni che non sono disposte ad ammettere senz’altro l’imperialismo «morale», economico e politico esercitato dall’Inghilterra per volontà divina, ciò è un sicuro segno che si tratta di nazioni senza Dio, vere satelliti di Satana, che missione di Israele-Inghilterra è di sterminare e di spezzare impugnando l’ascia e la spada della profezia.
Gli Angloisraeliti avevano considerato già venti anni or sono l’ultima guerra mondiale come una specie di preludio ad un’altra e ben più decisiva guerra, la quale dovrà introdurre ad una pace di secoli, «in cui il regno di Nostro Signore, che, come un germe in continuo sviluppo è già presente nell’impero britannico, assorbirà tutti i regni della terra».
Si mira così alla mobilitazione totale di un sentimento religioso deviato e contraffatto al servizio della lotta, che oggi l’Inghilterra combatte a lato dell’ebraismo internazionale e del bolscevismo. È un tentativo in grande di conciliare la fede con la politica e il nazionalismo secondo una formula, che ben può dirsi l’unico «mito» della lotta dei nostri avversari e dell’imperialismo inglese in genere.
Alla fine del suo saggio magistrale lo Schlichting scrive: «Che nell’Inghilterra del XIX e del XX secolo abbia potuto formarsi un tale movimento con milioni di aderenti, il quale fa perfino di devoti cristiani degli strumento attivi e convinti dell’imperialismo britannico, non disturbando affatto con ciò la loro fede nella Bibbia, anzi stabilendo una stretta connessione tra tale fede e la politica presente e futura, questo è un fenomeno che merita tutta la nostra attenzione nei riguardi dell’impulso del mondo anglosassone a crearsi una visione del mondo atta a sostenere la sua politica e la sua volontà di guerra e di vittoria».
Senonchè proprio quest’ultimo punto costituisce una posizione pericolosa. Fra i segni che farebbero riconoscere nell’Inghilterra il vero Israele, come si è detto, sta l’invincibilità.
Già da tempo gli Angloisraeliti han messo in rilievo, a questo scopo, il fatto che, a partir dal tempo di Guglielmo il Conquistatore, mai si è avuta una invasione nemica in territorio britannico ed essi hanno diffuso il mito, che Israele-Inghilterra è stata sempre invincibile, nel Mar Rosso come contro la Grande Armada spagnola o a Waterloo o nell’ultima guerra mondiale.
Far propria una simile tesi e un simile argomento significa tuttavia rimettersi alla prova della lotta, subordinare alla sua problematicità la solidità di tutta la costruzione.
È così che l’esito stesso dell’attuale conflitto si incaricherà, fra l’altro, di liquidare queste fantasie di fanatici e di squilibrati, in sé stesse ridicole e puerili, ma pure assai significative se considerate come strumenti per mezzo dei quali le forze segrete della sovversione mondiale cercano tener viva una tensione spirituale e una fede in seno ai popoli, che più risentono del loro potere.




