A fronte della confusione che può insorgere nel combattente impegnato in operazioni delle quali non riesce a vedere in maniera diretta la positività del fine, c’è un elemento materiale, ai nostri giorni negletto quando non vituperato, che materializza quel fine (giusto o sbagliato che sia) e giustifica la «vis»  di coloro che hanno scelto di fare il soldato e rischiare la vita in un combattimento che potrebbe anche non essere ontologicamente giusto. Quell’elemento è la Bandiera di guerra[1].

Essa materializza la Patria e ne simboleggia il sacrificio dei suoi uomini in armi, conferisce significato al sacrificio di ogni combattente unendolo a quelli di prima e di adesso.

Roma è risorta dal sacco di Brenno grazie alla Bandiera di guerra di un reparto in armi, il vessillo di una Centuria: mentre i senatori, di fronte alle rovine della città meditavano di trasferire l’Urbe a Caere, un Centurione, giunto in Campidoglio ordinò stentoreamente all’alfiere della sua centuria:

“Signifer!

Statue signum!

hic manebimus optime!”[2]

Quell’ordine stentoreo e perentorio in puro stile militare, fu interpretato come un segnale degli Dei e i tentennanti senatori romani optarono per rimanere in Campidoglio dove sventolava il vessillo di quella centuria.

Al diavolo se la guerra è giusta o sbagliata, si può anche affermare che ogni guerra che non sia di difesa è sbagliata, e la Bandiera di guerra sta lì a sottolineare questo concetto e a giustificare l’azione di chi viene chiamato a combattere, mettendo da parte i propri dubbi … «Al mio fianco ho i commilitoni e di ritorno da una missione è intorno alla Bandiera che ci riuniamo, comunque vincitori e comunque dalla parte giusta, per onorare i caduti e festeggiare la vittoria perché non esiste la sconfitta per i commilitoni che hanno combattuto fianco a fianco per Lei, la Bandiera di guerra del Reparto in armi … »

Un totem, diranno antropologi da strapazzo. Chiamatelo come volete, per ogni commilitone è e rimane una cosa sola e ha un solo significato: è la Bandiera di guerra e simboleggia la patria in armi.

Questo, a grandi linee, è il pensiero di ogni soldato.

«Legio patria nostra», recita il motto della Legione straniera francese, la quale fa combattere per la Francia soldati non francesi ma che si riconoscono nella Bandiera della Legione, che coagula il valore di uomini in armi, senza tenere in conto la loro nazionalità.

La stele nella Piazza d’Armi di Camp Rafalli, base del 2° R.E.P.[3] a Calvi (Corsica), porta incisa la dicitura «More Maiorum», perché chi combatte, è per il Mos Maiorum che combatte, e questo rammenta al soldato la Bandiera di guerra.

Essa gli ricorda che è un soldato e non un pirata, che ha un’etica, una deontologia e soprattutto un onore da difendere dalle derive della ferocia gratuita: il soldato, il patriota in armi, è forte, non feroce.

La Bandiera di guerra parla chiaro al cuore del soldato:

«In ogni guerra, la questione di fondo non è tanto di vincere o di perdere, di vivere o di morire; ma di come si vince, di come si perde, di come si vive, di come si muore. Una guerra si può perdere, ma con dignità e lealtà. La resa e il tradimento bollano per secoli un popolo davanti al mondo.»[4]

Anche chi non è pacifista nell’accesso ideologico militante e «arcobalenesco» del termine, se non ha dimestichezza con lo spirito del soldato, può avanzare giustificate perplessità sulla liceità di rischiare di farsi accoppare e di accoppare altre persone per una guerra lontana geograficamente, le cui ragioni magari si perdono nei meandri della politica internazionale.

Ebbene, si tranquillizzi quel cogitatore, sicuramente più intellettualmente onesto del pacifista militante con la Bandiera arcobaleno al vento, e al collo la runa «Algiz» invertita, e sappia che:

1) dando per scontato che il soldato non gode a rischiar la pelle lontano da casa, e meno ancora ad accoppare qualcuno per ragioni oscure, come invece vorrebbe Zarathustra del nichilista Nietzsche nel capitolo «Della guerra e degli uomini di guerra»;

2) dando altresì per scontato che il soldato non va in guerra per conto proprio ma ci va mandato dalle istituzioni che agiscono per conto (che lo si voglia o no, bene o male) della  Patria;  ebbene, le sue perplessità sulla liceità di quella guerra che sta combattendo, il disagio fisico, tutto il suo bagaglio di sofferenza per il commilitone appena caduto in combattimento o per gli affetti lontani, e i rimorsi per i nemici accoppati per una ragione che sfugge ad un suo ragionamento diretto; 

ebbene, tutto questo, trova la juxta giustificazione nella Bandiera di guerra, espressione della Patria in armi, alla quale il soldato non può non far riferimento, pena lo smarrimento.

Senza la Bandiera egli sarebbe solo uno di quegli uomini di guerra di quel capitolo appena richiamato di Così parlò Zarathustra, che recita:

«Voi dovete essere per me quelli il cui occhio cerca sempre un nemico, il vostro nemico, e presso alcuni di voi l’occhio si deve accendere d’odio al primo sguardo, il vostro nemico, ecco quello che dovete cercare …».

Solo un soldato privo della Bandiera di guerra (ricettacolo delle patrie virtù) è così, il soldato vero è tutta un’altra cosa.

Questo sappia chi, pur non essendo un militante pacifista, nutre dubbi sulla liceità morale del mestiere delle armi.

Al pacifista in servizio permanente effettivo è, invece, una perdita di tempo dare spiegazioni, sarebbe come lavare la testa all’asino: «Si perde il ranno[5] e il sapone», versione prosaica del «non ragioniam di lor ma guarda e passa», che il soldato ha introiettato da almeno 3 generazioni, ossia da quando, dopo il 1945, è diventato il bersaglio preferito dello scherno e della antipatia di chi aveva in uggia la Patria.


[1] La Bandiera di guerra o di combattimento è affidata al reparto ed è custodita presso l’ufficio del comandante all’interno di una teca. Essa accompagna il Reparto in tutta la sua vita operativam, sia in tempo di pace che di guerra. È il simbolo dell’onore del Reparto stesso, delle sue tradizioni, della sua storia e del ricordo dei suoi caduti. Essa va difesa fino all’estremo sacrificio.

[2] «Vessillifero! Pianta l’insegna! Qui staremo ottimemente!»

[3] R..E.P. = Régiment Etranger de Parachutistes

[4] Discorso del Comandante Junio Valerio Borghese

[5] Ranno = miscuglio di cenere e acqua bollente usato un tempo per lavare i panni

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