Forse nessun autore ha raggiunto una così grande e meritata fama come Xavier de Maistre, pur avendo scritto così tanto poco.

Lo scrittore (e pittore) savoiardo, nato a Chambéry nel 1763 e morto sulla soglia dei novant’anni a San Pietroburgo il 12 giugno 1852, scrisse solo brevi quanto intensi racconti: Viaggio attorno alla mia camera, durante gli arresti domiciliari per un duello, Il lebbroso della città di Aosta, La giovane siberiana, Prigionieri del Caucaso e, tratto dal primo, Spedizione notturna intorno alla mia camera.

Le edizioni italiane dei racconti non risalgono che agli anni Cinquanta del Novecento e il primo racconto fu pubblicato per interessamento del fratello Joseph Marie, diplomatico, giurista e filosofo, cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Apparteneva a una famiglia di ben quattordici figli, di cui Xavier era l’ottavo, il padre era presidente del Senato di Savoia, Xavier Francois, nato nel 1705 e morto nel 1789. 

Xavier si trovava ad Aosta fra 1792 e 1798, ai tempi della cosiddetta Guerra delle Alpi, combattuta tra la Francia e gli Stati Sabaudi e conclusasi con l’armistizio di Cherasco del 28 aprile 1796, sancito poi col Trattato di Parigi del 15 maggio dello stesso anno, che portò alla cessione alla Francia del Ducato di Savoia e della Contea di Nizza, territori che tornarono ai Savoia nel 1814 per essere ceduti definitivamente nel 1860. 

I de Maistre si trovavano al di qua delle Alpi perché erano di provata fede sabauda e si erano quindi rifugiati, essendo anche Xavier agli ordini del maresciallo russo Suvorov, che poi seguirà in Francia, accorso contro i Francesi.

Nella pause e nel tempo successivo alla pace, Xavier si era dedicato alla pittura e al suo amore, chiamata Elisa, in realtà Marie-Dauphine Petey, vedova del notaio Claude-Michel Barillier.

Ma un altro incontro lo segnerà profondamente: quello con Pietro Bernardo Guasco, ligure di Oneglia, sede allora di un principato indipendente dal 1488, non facente allora parte dei domini di Genova, ma sottoposto ai Savoia.

Era affetto dalla lebbra e abitava in una torre di fondazione romana, facente parte delle mura di Aosta, reintegrata nel corso del Medioevo e acquistata dall’Ordine Mauriziano che dal 1773 l’aveva concessa ai Guasco perché vi vivessero segregati in quanto lebbrosi. E la torre e’ oggi detta del lebbroso, in quanto Pietro vi abitò fino al 1803. 

Era il 1797 e Xavier passeggiava in quella parte della città di Aosta che allora, e in parte anche oggi, era quasi deserta e pare non essere stata mai troppo abituata.

Dopo aver osservato la torre detta Bramafam, cioè grido della fame, in quanto Renato di Challant, gelosissimo, vi fece rinchiudere e lasciata morire di fame la moglie Maria di Braganza, giunge presso la torre detta allora dello spavento, perché in passato ritenuta abitata dagli spiriti.

De Maistre, che nel racconto si definisce un militare racconta di aver visto nel giardino della torre un uomo vestito in modo assai dimesso, appoggiato a un albero, in profonda meditazione.

L’uomo subito grida di non avvicinarsi, essendo egli un lebbroso. Ma la vista del volto sfigurato dell’uomo non ebbe altro effetto che indurre il militare a una pietà che in breve diventa compassione, nel suo significato etimologia di “syn-patheia”, simpatia, il soffrire insieme, appunto la “cum passio”.

Il dialogo dopo qualche esitazione, da parte di Pietro e non certo di Xavier, si avvia rapido. Pietro parla della sua vita, delle sue meditazioni, delle sue fantasticherie per sfuggire alla terribile realtà del suo male.

Il suo racconto ci appare come un balsamo, una preghiera per il cuore e un’ imitazione che diventa sollievo e redenzione. Ma quanta sofferenza, prima!

Prima di arrivare alla profonda consapevolezza che si è di fronte a una legge ineluttabile che porta non alla rassegnazione, ma alla contemplazione della verità, nel superamento di ogni invidia per gli esseri felici e quasi al superamento di ogni sdegno e di ogni tormento. 

Pietro racconta degli anni trascorsi con la sorella, afflitta dallo stesso male, del loro reciproco rispetto e della loro mutua consolazione. La lebbra aveva toccato solo il petto della donna, ma gli stenti la portarono a spegnersi lentamente.

Toccante è poi l’episodio del cagnolino che viveva con loro che, poiché usciva spesso all’ esterno del giardino della torre e andava in città, venne ritenuto veicolo di propagazione della lebbra. Il governatore di Aosta dispose che il poverino venisse annegato nella Dora Baltea.

Pietro ricorda allora quando lo vennero a prendere e gli rivolse un ultimo sguardo per chiedergli un aiuto che non poteva dargli. Ricorda il suo dolore nell’udire i guaiti della povera vittima mentre veniva prima uccisa a sassate dal solito popolino. 

Il dialogo procede, interrotto solo interrotto da qualche rispettosa e delicata domanda o intervento di Xavier, pieno di ammirazione.

Pietro ricorda allora il suo ultimo momento di invidia nell’osservare da lontano una coppia di sposi nella loro momentanea felicità.

Questa vista produsse in lui una grande rabbia, che lo portò ad uscire per i campi, a gridare disperato e a desiderare di bruciare la torre e il giardino suo asilo. Ma a un certo punto si quietò, grazie alla visione sempre salvifica del firmamento.

Da quel momento prese ad amare quel luogo che prima aveva così fortemente detestato e a provare qualcosa di più alto della rassegnazione che non è, e non può essere felicità, ma forse qualcosa di più, una sorta di serenità nell’amore. 

La torre è davvero bella, circondata ancora oggi da un giardino e nelle parole di Pietro Guasco è un luogo, seppur malinconico di redenzione, benché le uniche persone che abitualmente incontrasse fossero un prete che gli portava conforto e un uomo incaricato dall’Ordine che gli portava le provviste.

Anche per Xavier l’incontro diviene momento di redenzione.

Al termine della conversazione, già iniziata sotto il segno della compassione con l’invito ad allontanarsi e l’ostinazione a restare, asserendo il militare che non sarebbe andato via a ogni costo, De Maistre chiede se possono scriversi. 

Pietro risponde: Perché dovrei cercare di illudermi? Non devo avere altra compagnia che me solo, altri amici che Dio solo. Ci rivedremo in Lui. Addio generoso straniero, siate felice. Addio per sempre.

La solitudine non come disprezzo degli altri (che siamo noi), ma come momento divino.